viene utilizzato per finanziare altri eventi culturali. In Italia, invece, la Siae specifica che “per i supporti di registrazione audio il 50% va agli autori, il 25% ai produttori e il rimanente 25% agli interpreti. Per i supporti di registrazione video, il 30% va agli autori e il 70% viene diviso in parti uguali fra gli altri tre soggetti citati”. Chiaramente, nel nostro Paese le cose non possono essere fatte in maniera semplice.
     Inoltre, su taluni prodotti, quali l’I-Pod per esempio, c’è il rischio che il consumatore paghi la tassa più volte: l’equo compenso sull’hard-disk del PC con il quale si collega, la tassa per scaricare il brano da I-Tunes e infine un ulteriore equo compenso per riprodurre il brano. Pagare tre tasse per ascoltare musica non è un po’ troppo? E poi il Ministero finanzia spot pubblicitari dove demonizza lo scarico illegale di files e la pirateria perché uccidono l’industria della musica e dei software… Di fatto, la pirateria non è solo musica: circa il 41% dei software installati sui Pc sono illegali, con una perdita di introiti per l’industria di circa 53 miliardi di dollari (fonte BSA ottobre 2009), in Italia con una punta del 48% e perdite per circa 1.361 milioni di euro. Se le vendite di musica digitale sono aumentate del 240% (fonte Digital Musical Report 2010) il mercato dei software è in forte crisi. Eppure il ministro Bondi sembra non preoccuparsene troppo…
     Ovviamente, chi ne fa le spese è il consumatore, tant’è che le principali associazioni di categoria, Anie, Assinform e Confindustria Servizi, hanno già fatto ricorso contro l’iniquità del provvedimento, soprattutto nel legare la tassa all’incremento delle prestazioni, penalizzando così di fatto l’innovazione tecnologica.
     Nel momento in cui scriviamo, è stata inviata dai principali vendor IT italiani e Associazioni dei Consumatori una moratoria sull’equo compenso per richiedere ai giudici amministrativi un parere sulla sua illeggibilità e gli utenti minacciano di bloccare il mercato in attesa di una decisione in merito e dei nuovi listini prezzi. Poco consola sapere che anche nel resto dell’Europa esiste un balzello simile…
     Analizzando come i Paesi europei hanno recepito ed attuato la direttiva europea sul copyright (2001/29/EC) bisogna constatare che esiste una forte disparità fra di essi: su 27 stati, 22 prevedono il pagamento di una tassa a monte, come risarcimento per l’eventuale duplicazione dell’opera, fatta eccezione per Inghilterra, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Cipro, dove la duplicazione di un’opera protetta da copyright non esiste e viene considerata reato con risvolti penali. Siccome la normativa europea non contiene indicazioni precise su quali prodotti sono tassabili e in quale misura, ogni Paese l’ha interpretata a proprio modo. Male!

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